113 Stella

Il progetto “1.1.3.stella!”, nasce dall’incontro un pittore e di uno scrittore. Durante le innumerevoli sedutesi composizione del testo che si sono susseguite negli anni, si è andata costruendo una sorta di tradizione orale tra gli autori che si raccontavano l’un l’altro le azione e i dialoghi. Da lì, nasce anche, un libro, un atto teatrale, un video ed in questo caso una video installazione.

In principio era la tradizione orale. Chiediamoci cosa sia l’oggetto libro.

Oggetto feticcio.
Oggetto di soddisfazione naricisistica.
Oggetto di consumo. Oggetto tradizione.
Oggetto traduzione. Oggetto di mistero.
Oggetto insondabile.
La tradizione orale a cosa mirava?
Chi tramandava nel tempo ciò che non era scritto? “113 Stella” nasce nel solco tracciato dalla tradizione orale, nasce nel solco del racconto, ma chi parla? Chi sono gli autori? Nella tradizione orale chi racconta ha poco peso, così come chi è stato il primo a narrare; è la storia che da peso, sostanza.

“113 Stella” è il racconto di un incontro, del mistero dell’incontro. Incontro tra segno e segno. Il segno pittorico e quello calligrafico. Un pittore uno scrittore che si raccontano una storia, no, due autori che raccontano una storia, no, ancora no, due narratori che si tramandano una contemporaneità. Un gioco di rimandi un gioco di immagini. Un narratore dice all’altro narratore:“Hai presente quando uno sta per… “, ovvero la tradizione della contemporaneità. L’immagine che rimanda al segno nel gioco delle traduzioni. Ecco la narrazione orale. Il segno rimanda all’immagine, e il gioco continua. Il segno che sia pittorico o che sia calligrafico ruota intorno ad una insondabilità ad un mistero. Due persone si incontrano e ne viene fuori una narrazione, immagini parole, parole immagini. In mezzo c’è il taglio. L’esperienza diventa immagine-parola, parola-immagine, e ne nasce una tradizione. Due persone decidono di codificare la loro tradizione orale, il loro racconto e ne derivano diversi oggetti e molte traduzioni. Un libro, diverse tele pittoriche, un oggetto video nuovi incontri nuove narrazioni ed oggetti, e così via, ma la base è nella tradizione orale portata avanti da due narratori che si raccontano una contemporaneità. L’ultima domanda è sul narratore, chi è il narratore. Chi tramanda la tradizione orale? Chi traduce le parole-immagine? In questo caso si invita il pubblico a leggere brani del libro e, con la propria voce, a dar vita a questa visione presentata. Il tentativo è di poter restituire un corpo sia al testo, che all’immagine attraverso la voce del pubblico. In concreto verranno montati due moduli di cui uno pieno che sarà una fonte emittente dell’immagine e l’altro vuoto che sarà schermo ricevente dell’immagine. Il video proiettato sullo schermo è la registrazione dell’adattamento teatrale interpretato dall’attrice Manuela Bolco. Il video sarà proiettato privo di audio per dare spazio al microfono acceso che rimanderà sia il rumore atmosferico che la voce di chi avrà l’intenzione di entrare in questa tradizione orale.
Questi due moduli saranno installati uno al piano superiore e uno al piano inferiore e combaceranno esattamente tra di loro come un taglio che paradossalmente unisce i due livelli dello spazio Trebisonda. Di fronte ai moduli ci sarà un leggio illuminato e microfonato dove l’oggetto libro è posto in attesa che il pubblico raccolga l’invito degli autori a leggerne dei brani.
Il progetto “1.1.3.stella!”, nasce dall’incontro di un pittore e di uno scrittore.  Durante le innumerevoli sedute di composizione del testo che si sono susseguite negli anni, si è andata costruendo una sorta di tradizione orale tra gli autori che si raccontavano l’un l’altro. Le azioni, i dialoghi, costruivano il personaggio fino al punto in cui si poteva tradurre la parola in testo scritto. I due nel corso della stesura hanno cercato di trasformarsi, attraverso un flusso automatico, in una nuova entità che nel testo è rappresentata da Duo. Ne è scaturita una metanarrazione ritmata e caratterizzata da echi e continui rimandi, da inciampi della lingua e abitata da diversi personaggi. Personaggi che nascono da un lento processo di sedimentazione delle molteplici esperienze e condizioni pubbliche e private della vita degli autori.

Testo critico a cura di Michella Becchis
"Sognodoppiosogno" TREBISONDA ARTE CONTEMPORANIA, Perugia

omnis mundi creatura / quasi liber et pictura / nobis est in speculum

Alano di Lilla

Due artisti scrivono. No, anzi, due artisti si scrivono. E intorno al riflessivo si raggruma il senso. Perché scrivono l’uno all’altro, ma in un certo senso si scrivono, si descrivono, si narrano, man mano che la loro condivisa scrittura prende corpo. Perché, infatti, di corpi stiamo parlando. Di corpi che prendono forma tramite l’infallibilità della parola. Un paradosso, quindi, perché non c’è nulla di più fallibile della parola; fallibile nel senso etimologico di ingannare, indurre nell’errore. Oppure no, la parola non inganna, è assoluta, cristallina, pura. L’opacità, la polisemicità, la polvere ce la mette chi scrive e soprattutto risiede nel patto che egli –o loro- stipula con chi legge. Giulio De Martin e Nicola Rotiroti lavorano esattamente su queste coordinate, sul corpo della parola, sulla possibilità di ammantare quel corpo di emozione, ricordo, impressione, dolore, gioia, peso. Per sopportare un tale carico le parole devono camminare verso chi le ascolterà, le leggerà e, soprattutto, le guarderà. In giapponese l’arte di scrivere si chiama shodō, cioè “via della scrittura” perché quello che appare come il semplice gesto di scrivere deve costruirsi come un cammino da un lato verso l’espressione degli stati d’animo, dei sentimenti, dell’affinamento della propria sensibilità, dall’altro verso la collaborazione e l’instaurarsi di corrette relazioni. Ecco, questa idea della scrittura come un itinerario, cioè di un movimento che ha uno scopo e quello scopo è l’Altro e la ricerca di una possibile buona relazione, si attaglia benissimo al progetto 1.1.3. Stella. E se si cita lo shodō è perché nel cammino che è inscritto negli ideogrammi che compongono la parola è racchiuso anche l’impegno del gesto, del formare in modo esteticamente percepibile quel percorso. Nella costruzione del testo De Martin e Rotiroti la parte di visibilità è fondamentale al punto di dover sdoppiare l’immagine che propongono, per tagliare lo spazio che l’accoglie. Si impegnano gli autori a conferire peso non al loro scrivere, ma alla storia che narrano, disgiungono la parola dalla storia per spiazzare, quasi per mettere alla prova chi dovrà accogliere le loro parole, apparentemente aeree, e trasformarle, leggendole, in storia, carica, pesante, cioè in figura. Ma non è uno stratagemma, è la ricerca di un’unità della narrazione. È la trasformazione, lunga, accorta, meditata di una scrittura intima in gesto collettivo. È l’invito ad abitare tutti la loro scrittura e a modificare la storia, come è naturale si faccia quando si entra in una realtà già accennata, disegnata, ma non conclusa. Quanti gesti sembrano chiedere i due autori di 1.1.3. Stella! Guardare la scrittura, accorgersi che ha preso corpo -o è entrata in un corpo-, modificarla, leggerla, afferrarla, restituirla. Questo gran daffare riporta alla mente Calvino: all’inizio del romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore, il narratore sostiene che si può leggere «seduto, sdraiato, raggomitolato, coricato. Coricato sulla schiena, su un fianco, sulla pancia […] Puoi anche metterti a testa in giù, in posizione yoga. Col libro capovolto, si capisce. Certo la posizione ideale per leggere non si riesce a trovarla». La lettura è innanzitutto attività fisica, corporea e se ne parla in termini di impegno muscolare, di continuo coinvolgimento dei sensi, diciamolo: di fatica. Ma perché leggere qualcosa significa conoscere qualcosa e lettura è sinonimo di presa di coscienza, conoscenza, è riconoscimento dei segni attraverso i quali il mondo reale si rivolge alle persone. Ma in questo caso il “mondo reale” è complicato dal fatto che si offre in seconda battuta, letto, scritto e interpretato da due artisti, dal Duo, che nel frattempo si sono letti l’un l’altro. Verrebbe da scappare con il sentore di essersi cacciati in un labirinto, ma il mio compito è trattenervi, perché invece ci si trova davanti a un bellissimo atto di libertà e di attribuzione di un ruolo da protagonista a ciascuno di noi che si porrà davanti al leggio. Nel mentre che la sinuosità delle parole che loro avevano scelto per narrarsi rimane ammantata e da loro tacitata, De Martin e Rotiroti chiedono di attenuare il brusio del mondo per farsi voce narrante del loro mondo, per “dargli voce”, ma chiedono che questo gesto di fiducia non sia casuale, in un punto qualsiasi dello spazio; la fatica di leggere non il mondo, ma un mondo, ha bisogno della visibilità del punto di vista da cui si leggerà affinché sia un gesto di reciproco e umanissimo rispetto. «…Il testo che tu scrivi deve fornirmi la prova che mi desidera. Questa prova esiste: è la scrittura. La scrittura è questo: la scienza dei godimenti del linguaggio, il suo kamasutra (e di questa scienza c’è un solo trattato: la scrittura stessa)…» scrive Roland Barthes nel Piacere del testo. Visibile rispetto, reciproco godimento: i due livelli di un luogo, non poi tanto metaforico, dove 1.1.3. Stella si pone.

Michela Becchis

Foto: S. Bello

Biografia del co-Autore

Giulio

Giulio De Martin, dopo gli studi letterari, si dedica per diversi quinquenni allo studio della psicanalisi e alla scrittura. Dopo aver pubblicato alcuni articoli e dopo svariati interventi in seminari e conferenze (sempre nel campo psicanalitico), vede la luce il primo romanzo “Transito nell’imbrunire”. Con il trascorrere degli anni la passione per lo studio e per la scrittura si consolidano, termina la scrittura di un altro romanzo che fino ad oggi non è stato pubblicato e termina anche la scrittura di “113 Stella” l’ultima fatica, è il caso di dirlo, che invece va alle stampe. Oggi a 47 anni fare il conto delle vite vissute e dei lavori svolti non è sempre facile, complice una pessima memoria storica, ma rimane sempre il desiderio di scambiare idee, di confrontarsi e sicuramente di sperimentare.

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