• Carta inchistro,foglia d'oro 50x70cm.
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"Nicola Rotiroti nella descrizione pittorica di alcune perplessità" di Alessio Verzenassi

Le tele in mostra si concentrano nel descrivere, attraverso un comportamento linguistico figurativo, dei racconti subacquei edificati in più momenti, nei quali il senso si stabilizza soltanto in una veduta d’assieme, a grandangolo.
L’artista, nelle opere smistate in questa rassegna virtuale, redige su tela il proprio parere sul tema della spossatezza percettiva indotta da uno stato di alterazione fisica: il fine di tale argomento è quello di rappresentare, con atti iconografici discorsivi, il depotenziamento del raziocinio e la condizione di precarietà che ne consegue. La perdita dell’equilibrio e della cognizione, la distorsione del dato tratto e la complessità di gestione, sono i contenuti di una pittura che s’arrischia nel delineare, con risorse figurative, condizioni principalmente sensoriali.
Allora, l’acqua dipinta da Rotiroti, più che ambientazione naturale è pretesto per suscitare comportamenti istintuali e dunque, la fatica del natante viene analizzata, lentamente e con perizia pittorica, nei suoi aspetti psicologici, attraverso fotogrammi incauti nella prospettiva, sghembi nella composizione, abilissimi nel compito della comunicazione psichedelica. Così, la meccanica iconologica escogitata dall’autore non offre ottimismo né l’opposto, tanto meno però risulta essere inerte o vanamente altéra, colta, giudicante, poiché l’artista calabrese in questo ciclo di tele non pontifica, non sentenzia, piuttosto intende lasciare pari possibilità al naufragio, al decesso, come alla salvezza: all’astante è lasciata, dunque, l’ultimazione mentale del racconto pittorico.
Come per conseguenza algebrica, al senso d’insoluto narrativo corrispondono, coerentemente, determinate decisioni stilistiche, in quanto Rotiroti si avvale di una pittura grassa e tonale, volutamente inabile al nitore e perciò caratterizzata da una stesura sbafata e molle, che rende i profili delle figurazioni vacui, convalescenti ed estremamente opportuni al ruolo di significante.

L'opera di Nicola Rotiroti, nella sua iconografia costantemente dedicata al nuoto e ai giochi estivi in piscina, può essere osservata attraverso una doppia chiave di lettura,

L’opera di Nicola Rotiroti, nella sua iconografia costantemente dedicata al nuoto e ai giochi estivi in piscina, può essere osservata attraverso una doppia chiave di lettura, un doppio binario esegetico che rimane in bilico tra la banalità dichiarata, molto cara a una parte significativa dell’arte attuale, e un senso di sfuggente minaccia che si addensa sulle figure collocate in una zona sospesa, un mondo subacqueo che potrebbe evocare la regione sotteranea dell’inconscio o mettere in allarme lo spettatore annunciando indirettamente eventi sconosciuti e imminenti. A questi elementi l’artista unisce la sua volontà di richiamare una dimensione in bilico tra passato e presente, tra reminiscenza e il futuro, una terra di confine dove i bambini sembrano prossimi alla maturità e dove i tuffatori sembrano fuggire verso il tempo perduto dell’infanzia, in spazio liquido dove l’acqua accompagna lo scorrere incessante del tempo che la pittura da sempre cerca di bloccare nel territorio cristallizzato della sua immobiltà.

Lorenzo Canova 23 febbraio 2007

Dono un mio disegno a Paolo Aita (critico, poeta e tanto altro). L'indomani incontro nelle mie casuali letture una poesia. La leggo, e mi riscopro:

“Se ti svegli,

Ecco fin dove si può arrivare;

All’improvviso l’occhio diventa vuoto dentro

come un tunnel,

lo sguardo

si fà tutt’uno con te.

Ecco fin dove può arrivare

lo sguardo, se si sveglia:

All’improvviso diventa vuoto dentro

come un tubo di piombo nel quale

passa soltanto l’azzurro.

Ecco fin dove può arrivare

l’azzurro svegliatosi:

All’improvviso diventa vuoto dentro

come un arteria senza sangue

attraverso cui i fluenti paesaggi del sonno

si vedono.”

Nichita Stanescu (1933\83)

Decido di inviare la poesia a Paolo.

Mi risponde così:

Notturno di cucina illuminata. Per Nicola Rotiroti.

Scegliesti di imboccarmi

nutritore maggiore di tutti noi,

e un segno hai calato sopra i miei pasti,

una mano che tende.

E il bigio squadernare di piastrelle

rotto dall’onde tue altro diventa,

e più m’aggrada il riquadro che dalla sala

mobili avari articolano

con l’orma tua.

E il tubo, cui non m’appello più

per destino o energia, ma il cui fiato

filtrato dall’acqua tua depura,

sorride, inedito, e di bene s’empie.

Paolo Aita

"Il colore è biologico, è vivente, è il solo a rendere vive le cose." Paul Cezanne.

Forse siamo troppo abituati agli abissi per riconoscere quel tipo di ambiente che appartiene alla terra e che l’acqua sa rivelar ecome un mondo autonomo e insolito. Nicola Rotiroti arriva all’acqua attraverso la lettura di un brano di Maurice Merleau Ponty, non certo attraveerso le piscine di David Ockney e la differenza c’è tutta. Non vi sono accenni sociologici nel suo lavoro, non s’indaga su fattori esterni all’arte che possono dare connotazioni di status: l’acqua per Rotiroti è un’indicatore, un catalizzatore di esperienze, ma soprattutto di visioni. Qualcosa che appariene ad una sfera insolita e personale: una rivelazione. L’acqua crea, non è un ‘accessorio del mondo. E non solo dal punto di vista biologico perchè tanto fin qui ci arrivano tutti. Vogliamo dire che l’acqua non è tanto da considerarsi a sè stante, come una sorta di Sesto continente alla Cousteau, ma è importante proprio nelle sue continue relazioni con l’uomo e per come a cambiare le caratteristiche dell’ambiente, dando nuova luce alle cose. Un quansiasi luogo con la presenza dell’acqua, fiume, lago, mare che sia, cambia e soprattutto subisce positivamente una serie di cambiamenti continui durante l’arco della giornata e delle stagioni. Rotiroti scopre e ci rivela la bellezza di un mondo anfibio, un universo in cui le creature di tutti i giorni, soprattutto i bambini, fanno un’esperienza unica e irripetibile. Stare per lunghissimi minuti seduti nel fondo sabbioso del mare con la testa che respira o meno a seconda delle piccole onde che alzano e abbassano il livello del mare, è un piacere che tutti da piccoli abbiamo provato. Gli effetti dellespirazione sotto l’acqua, le bolle d’aria che salgono rapide e convulse verso la superficie, le iridescenze dei tagli di luce che rifrangono a contatto con l’elemento liquido, lo spettacolo della luce che illumina un fondale marino, sono tutti mometi di un’esplorazione del mondo che abbiamo provato e vorremmo sempre tornare a ripetere. Ma Nicola Rotiroti, non solo come meridionale di Calabria, ha una conoscenza del mare, che resta comunque la più grande declinazione dell’acqua possibile, che è biologica e non solo feriale. In pratica lui ha riscoerto qualcosa che già gli apparteneva come eredità genetica, per questo riesce in modo così perfetto a trasmettere quats asua visione affascinante di un universo misterioso anche se a portata di mano. Come artista cerca poi di risolvere, riuscendoci appieno, uno dei problemi classici della pittura e che gli impressionisti provarono più volte a risolvere. Dipingere vuol dire non tanto occuparsi si un “soggetto” Interessante, ma restituire qualcosa di fuggevole e straordinario che riusciamo a catturare ne nostro guardare la realtà che muta costantemente ogni minuto in più che trascorre. Come in Monet è l’acqua che gli fa scoprire l’esatta “percezione della luce”, nel senso che gli insegna a vedere le cose come puri effetti di luce, che lo apre all’esperienza visionaria di una realtà avvolta dagli instabili e misteriosi effetti atmosferici del cielo che si riversano nell’acqua. Per tutta la vita infatti Monet è stato affascinato dall’acqua del fiume, ma anche dal mare. Il suo primo quadro impressionista è proprio il porto di Le Havre e la conclusione della sua vita lo colse nella sua casa di campagna, con stagno annesso, a Giverny. La sua facsinazione è la stessa che troviamo nella pittura contemporanea di Nicola Rotiroti, perchè nell’acqua si coglie il suo potere trasfigurante, il suo essere un elemento naturale nai stabile e in continua evoluzione, una superficie pigra e sciropposa quasi dormiente in cui non alita il vento, però anche inquieta e violenta nelle giornate cariche di pioggia e burrasca; una superficie volubile, manipolabile dalle condizioni atmosferiche, ma anche audace nel riflettere il paesaggio circostante e frantumarlo allo stesso tempo. Nell’acqua Monet scoprì come tutti gli elementi del paesaggio o le presenze umane che perdano la loro obiettiva definizione e possano essere ritratti come fenomeni di pura e visionaria dissolvenza. Così per Nicola Rotiroti avviene una scoperta analoga perchè l’acqua diventa un’elemento rivelatore, che crea una sorta di astrazione della realtà. Questa perde le sue caratteristiche terrestri e diventa qualcosa di molto più sfumato e sinestesicamente silenzioso.Mutano i colori che con l’acqua e nell’acqua diventano altro, più difficili da definire., più luminosi e ricchi, ma anche più instabili ed enigmatici. il gioco della forma e della bellezza prevale su tutto e quello che l’artista vuole comunicare sta proprio in questa felicità della scoperta. Quindi tutto appare più sfumato, meno formalmente descrittivo e per questo affascinante come ogni autentica ricerca della bellezza, termine che converrebbe ricominciare ad usare almeno per conprendere cosa è arte è cosa non lo è. Perché di pittura si tratta e anche di qualità estrema perché la complessità degli effetti luminosi richiede una preparazione attentissima del colore proprio per cercare di restituire la profondità e la complessità degli effetti di luce suggeriti dal mezzo liquido. Rotiroti propone una sua visione del mondo che non è aliena da sfumature inquietanti e non vuole certo essere un insulso inno alla gioia. Sa bene che la complessità delle cose sta proprio nei rapporti con quanti ci circonda ma sa anche che la pittura è uno dei nomi che gli uomini danno alla felicità. Per questo nei suoi quadri trovate emozioni e timori, sensazioni vitali e presagi senza nome. in ogni caso l’acqua diventa un viaggio all’indietro, un tornare a casa verso un mondo fluido e senza peso, libero perché senza memoria e senza futuro: un eterno presente in paese senza confini.

Valerio Deho  22 maggio 2008

In una delle immagini più famose del Romanticismo, il poeta John Keats dice che il suo nome è scritto sull'acqua.

L’opera di Nicola Rotiroti sembra essere la nemesi di questo concetto, e per rendere la scrittura del nome imperitura, la sigla con la carne, più precismante con un misto di carne ed immagine, un ibrido. In dimensioni culturali differenti della nostra, in oriente, il misto immagine/acqua/carne è molto più frequentato. In quel mondo non esiste differenza tra realtà ed evanescenza, perchè il fattore tempo non ha importanza: che la realtà si costituisca in fenomeni transitori o in fatti definitivi per loro ha poca differenza. Il senso della dépense del tempo assume una dimensione di accadere flebile, che è soprattutto accoglienza eqiuilibrata dell’evento, in vista di una maggiore conoscenza delle leggi più profonde. L’acqua si addensa e diventa carne, oppure si rarefà e diventa immagine, semplicemente. L’Occidente, al contrario, ha dovuto aspettare l’Impressionismo per decretare l’importanza degli stati di coscienza “di superficie”, indipendenti dalla volontà, e uguagliarli a quelli apparentemente definitivi. Tutto ciò ci dispone una diversa conoscenza dell’accadere pittorico in queste opere, dove un espressionismo liquido detta nuove leggi.

Ma tornando ad un’altra immagine del Romanticismo, ricordo il “naufragar” che è “dolce” nelle parole di Leopardi. Nelle opere di Nicola Rotiroti è come se anche Ofelia fosse diventata solubile, con un sentimento di morte che attraverso il liquido si espande e diventa cosmico. La deformazione gentile e drammatica che ha luogo in queste immagini diventa angoscia pura, quando prende l’effige del ritorno all’amniotico. Queste opere sembrano dipinte dall’orizzontale in basso, come se tutto ciò che sta sotto l’ombelico del mondo prendesse per la prima volta importanza, e la nostra visione si rovesciasse. Ciò che sta sotto il pelo dell’acqua, questa negatività liquida, qui prende il sopravvento rispetto ciò che sta sopra e il mondo, secondo una relatività che non può essere angosciosa, si capovolgesse. Questo è anche il movimento della psiche nella quale occorre normalmente un ribaltamento affinchè giunga alla conoscenza il rimosso. Questo lavoro è essenzialmente il compito del pittore, proseguito da Rotiroti con una allure liquida che non può conquistarci.

Paolo Aita

27 Maggio 2014

Passengers La prima sensazione che si prova di fronte alla pittura di Nicola Rotiroti è quella di un ovattato silenzio.

Anche nel caos di una galleria d’arte affollata, nel vociare concitato del pubblico, chi decide di abbandonarsi completamente alla tela resta, ineluttabilmente, imbrigliato nell’incantesimo. Un silenzio acquatico lo avvolge, un senso di pace primordiale, assoluta. Ora anche lo spettatore è lì, a galleggiare in quel liquido trasparente di cui riesce ad avvertire distintamente il sapore e la consistenza fluttuante. La magia è compiuta. Il viaggio a ritroso verso l’infanzia, propria e del mondo.

Da tempo Nicola Roitiroti ha eletto l’elemento acquatico a contenitore e filtro della realtà. Nell’acqua gli oggetti si deformano e si ridefiniscono. Acquisiscono un’identità nuova che non è la loro identità consueta ma non è nemmeno qualcosa di completamente “altro”. L’acqua è una lente particolarissima, che sfuma alcuni dettagli per enfatizzarne altri. E Rotiroti ama i dettagli. Li fa suoi con una passione famelica e insaziabile. Il suo pennello è capace di raffinatezze sottilissime e sa affondare come un bisturi nell’oggetto per restituircelo con una chiarezza adamantina. Ogni bollicina, ogni vibrazione sommersa, ogni sospirante fluttuare di una ciocca di capelli o di una stoffa leggera assume sulle sue tele una consistenza più vera del vero. Palpabile e al tempo stesso sognata. Non di iperrealismo, si tratta, ma piuttosto di un viaggio metafisico dentro le cose. Un ultrarealismo che ci conduce “oltre” catturandoci anche con le sue dimensioni grandiose, fagocitanti.

Alessandra Redaelli 11 marzo 2011